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Lo sfogo di un informatico

L'ennesimo. Per fortuna che è ancora possibile comunicare al mondo le ragioni del proprio dissenso. Una valvola di sfogo che per poco permette di abbassare la pressione già a livelli di pericolo. Ne ricevo una moltitudine di messaggi con il tono che segue. Questa volta vorrei condividere i ragionamenti proposti per alcune riflessioni comuni.

Carissimo,

[...] ho deciso di mollare. Basta. davvero non ce la faccio più. Ho provato a stringere i denti, a pensare solo ai soldi, agli spiccioli e fregarmene del resto che "tanto non sono affari miei". Forse non sono adatto a vivere in questa società corrotta, contaminata dal profitto, dall'avidità, dalla cattiveria esercitata contro chi appare "debole" solo perchè rispetta quelle regole comuni che tutti dovrebbero osservare.

Forse c'è qualcosa che non va nel mio carattere, nel modo di rapportarmi con il prossimo, nella visione delle cose. Forse l'etica professionale non serve a nulla o non è un articolo richiesto, mentre forse la deontologia professionale è un fumetto per bambini adatto solo a stimolare la fantasia, ma perfettamente inutile per i tempi che corrono. Forse le leggi, il rispetto delle regole e la pretesa che anche gli altri facciano altrettanto, forse sono diventate un peso che frena la "libertà", come affermato da una certa scuola di pensiero purtroppo molto in voga.

Continuare ad impegnarmi a perseguire le regole per ottenere in cambio solo insulti, proprio non ci sto più, è diventato davvero insopportabile ed ho deciso di cambiare le cose. Si, ho deciso di mollare anche io e passare alle vie di fatto. Così forse, riuscirò a cambiare le cose e sentirmi più affine a quel movimento descritto come criminale ma in realtà illuminato dalla presa di coscienza che l'informatica e gli informatici meritano di più di quello che ci è stato riservato.

Ho più di vent'anni di esperienza nel ramo della sicurezza informatica, non ho una laurea e quindi sono escluso dai master universitari ma ho frequentato un infinità di corsi di specializzazione tecnica (non "riconosciuti") anche in materie apparentemente estranee (giurisprudenza, psicologia, finanza) ed ho accumulato tantissima esperienza, maturata in aziende importanti. Ho commesso un solo errore. Credevo che i miei clienti dovessero essere messi in sicurezza dai "cattivi", da quelli che tentano di intrufolarsi nei sistemi altrui per carpire segreti e poi usare le informazioni illecitamente acquisite per ricattare in cambio di danaro. Credevo che i miei clienti fossero delle vittime di criminali, vittime che andavano difese perchè dalla parte del "giusto".

Ti lascio immaginare cosa è accaduto quando ho cominciato, dapprima involontariamente per ragioni di servizio, a dare una sbirciatina ai dati che tentavo di proteggere. E stato un colpo al cuore ed una fucilata alla mia ingenua coscienza. Senza saperlo, stavo difendendo dei criminali da altri criminali, ed io in mezzo per pochi spiccioli al mese. Il "buono" che cercavo di difendere, in realtà era 100 volte più marcio e schifoso di quelli che cercavo di tenere alla larga. Mi sono reso conto di essere il guardiano dei letamai. Aziende apparentemente solide, corrette, animate da sani princìpi, in realtà nel sottobosco sono governate dalla più assoluta mancanza di sensibilità ed onestà.Ho in pratica agevolato dei veri criminali in giacca e cravatta, dalla faccia pulita ed il sorriso a 360 gradi.

Ora devo fare anche i conti con i miei sensi di colpa, quelli si che sono duri da cancellare. Ho ancora una coscienza, IO. E questa coscienza ha elaborato un proprio senso di giustizia. Non quella giustizia da tempo calpestata, derisa, fatta a pezzi, interpretata o spesso trascurata per fare posto alle prepotenze. Se delegarne la gestione ad altri non è efficace, se non si riesce ad ottenerla per far valere i propri diritti, credo sia sacrosanto dovere correre ai ripari e purtroppo arrangiarsi, per autodifesa. Sono i sensi di colpa che mi spingono, l'aver aiutato dei criminali che operano in barba alle leggi conosciute. Ora è il tempo di adottare quelle leggi mai scritte che fanno capo al senso di giustizia che alberga dentro ognuno di noi. Sarà caos solo per coloro che sono abituati a ragionare con la testa altrui dopo aver parcheggiato il cervello ormai atrofizzato ed incapace di elaborare un pensiero autonomo. Sarà anarchia per chi per anni ci ha governato per i propri interessi. Per me è giustizia in quanto trovo giusto fermare a tutti i costi qualsiasi cosa sia di ostacolo al benessere della società.

Da oggi ho deciso di togliermi i guantoni e cominciare a picchiare duro. Il fine sarà quello di distruggere definitivamente quelle persone che sono la causa principale dei mali di questa società. Nell'era in cui sono i dati a governare le attività, i flussi informativi e l'aggregazione di bit in significati che governano le decisioni, quale potrebbe essere il miglior modo per cambiare le cose? La risposta è scontata ed i mezzi a disposizione sono talmente tanti che c'è l'imbarazzo della scelta.

Basti pensare alle reti wi-fi aperte, alle password banali o facilmente indovinabili, quando non disabilitate, ai dipendenti ed impiegati che parlano senza rendersi conto di cosa stanno rivelando, alle informazioni in chiaro che vanno a finire nei cestini, ai post-it attaccati un pò ovunque, ai dischi non crittografati, alle chiavette incustodite, agli aggiornamenti software mai installati, agli antivirus non aggiornati...e queste sono solo le cose più banali, alla portata di chiunque. Si pensi a quegli "esperti" che millantano conoscenze nel campo della sicurezza ed adottano le misure (minime ovviamente perchè il cliente paga poco) per mettere in "sicurezza" l'azienda...sono solo recinti di paglia a protezione di miniere doro. Il falso senso di sicurezza che questi falsi informatici presuntuosi riescono a vendere è poi uno dei migliori veicoli che agevolano le intrusioni.

Ma una volta messe le mani sulle informazioni, qual'è la giusta punizione da comminare? c'è l'imbarazzo della scelta. Io preferisco la cancellazione totale, backup compresi in quanto quest'ultimi raramente messi in sicurezza su supporti separati. Il male va eliminato dalla radice. Di usare quelle informazioni per trarne un vantaggio nemmeno a parlarne, non sono come loro. Meglio eliminare i bit, come si fa con le cellule tumorali. Un operazione tecnico-chirurgica e via, il paziente torna pulito come nuovo, pronto a ricominciare certo, ma per un pò, sicuramente pulito ed innocuo. Restano aperte le questioni che sono causa principale di questi tumori digitali. Per quelli ho in serbo alcune sorprese. Ci sarà da ridere in rete. Del resto, quando è in gioco la mia stessa sicurezza, abbandonato totalmente, è doveroso agire correre ai ripari. Buona fortuna.

Non so cosa dire. Davvero. Siamo arrivati ad una situazione che, lo condivido, è insopportabile. Trovo sacrosanta la legittima difesa in un mondo dove nessuno, ripeto nessuno, ti difende dai "cattivi" e dove i diritti vengono calpestati e derisi in quanto ostacoli per i profitti altrui. E non me la sento di condannare una reazione se prima non analizziamo le cause che la generano. Il mercato sembra invaso da tanti informatici quaraqquaqquà che mediaticamente parlando sembrano dei guru, dei professori, degli scienziati. Scava, scava, ci si accorge che nella quasi totalità dei casi è tutta apparenza, pubblicità, desiderio di apparire, fumo negli occhi...sostanza poca. Penso a certi docenti universitari, presentati come "esperti" che ripetono nelle interviste diffuse al pubblico concetti banali, noti alla rete, ma di grande effetto mediatico. Penso a quei personaggi noti alle cronache per aver svolto dei lavori per conto di aziende che godono di una certa visibilità ma che nella sostanza il lavoro da svolgere, se ci si riflette un pò, era alla portata di principianti e dilettanti. Penso alle volte che nei filmati autopromozionali di certi colleghi (la "c" minuscola è d'obbligo) ove si parla di tecnologia, il personaggio sale sul piedistallo del "relatore", sale in cattedra assunto al ruolo di "Docente", per riferire in modo assolutamente superficiale di argomenti "alla moda", trattati a spanne e bocconi, senza rigore scientifico e senza alcun riscontro tecnico a comprova di quanto divulgato. Penso anche io a quei colleghi che in nome del compenso fingono di non vedere certe porcherie del proprio cliente e a quelli che vendono loro soluzioni di sicurezza che in realtà sono prodotti pensati per spiare le attività dei dipendenti e profilare le loro preferenze ed il loro carattere. Penso alla visibilità mediatico-pubblicitaria concessa con generosa frequenza ad "informatici" (sic!) presentati al pubblico come i massimi esperti del settore solo per aver disonestamente messo a frutto le loro conoscenze a servizio del malaffare e permettere loro così di acquisire ulteriori incarichi al servizio di altri delinquenti.

Che dire poi dell'atteggiamento diffuso di molti "informatici" ? In molti, moltissimi, preferiscono scaricare una vagonata di m*rda nei confronti del collega intervenuto prima, additato come incapace, ciarlatano, improvvisato, autodidatta...giusto per cercare di apparire "più bravo" dopo aver fissato arbitrariamente ed a proprio piacimento, con le loro stesse critiche, la soglia dell'incompetenza appena sotto quello che si riesce a fare senza tanti sforzi, strumentalizzando l'operato degli altri per apparire ed acquisire notorietà. E tutta apparenza, sollecitazioni della percezione altrui...sostanza poca, pochissima. I solitamente esigui compensi, impongono di stare appena un millimetro sopra quello che il cliente percepisce come accettabile. Percepisce certo, il che non fissa certo soglie di eccellenza a cui aspirare per dare il meglio di sè. Le soglie di eccellenza sono relative. In realtà si fa appena poco di più di ciò che ci si chiede di fare. E quel poco di più, quella percezione di "professionalità" si basa solo su un esiguo margine calcolato su una soglia soggettiva e solamente percepita. E un margine fragile che va colmato con titoli, master, certificazioni, diplomi, attestati.... l'importante non è più fare qualcosa di utile ma apparire "appetibili". In molti hanno intrapreso questa scorciatoia che porta inesorabilmente al fallimento professionale, personale e sociale. Il paradosso è che viene "premiato" chi delinque (e viene pizzicato) o chi riesce ad emergere mediaticamente. Quei Colleghi che invece solo fra noi sappiamo essere davvero eccellenti sia sul piano tecnico che etico, quelli restano nell'ombra e quindi non esistono nella percezione della collettività. Forse, una collettività che vive di percezioni e superficialità, forse si merita uno scossone dall'interno.Spiace comunque constatare che il livello di esasperazione raggiunto non si combina con un desiderio di azione comune ma trova invece espressione in una crociata solitaria...

Sarà... forse non sono molto intelligente ma, in fondo, fatte le debite riflessioni cercando di liberarmi il più possibile dai condizionamenti cui siamo tutti involontariamente vittime, mi sento di non biasimare i ragionamenti di chi acquisisce la consapevolezza di valere molto, molto, molto di più di quanto viene ricompensato. Alla prossima.

Giovanni Grandesso

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