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Ordini professionali, Professionisti informatici e datori di lavoro


Traggo spunto da un messaggio (reso anonimo dalla Redazione nel rispetto della privacy) per alcune riflessioni su Ordini professionali, Professionisti informatici e datori di lavoro. Riporto quindi nel seguito quanto pervenuto nella casella postale del servizio esperti.com



Salve ...le scrivo non per proporre una mia candidatura, ma solo per esprimerle poche e piccole considerazioni per i contenuti del sito da lei gestito, a mio parere di grande valore, e verso i quali mi trova quasi totalmente d'accordo. Senza annoiarla con complimenti scontati, semplicemente leggendo diverse pagine del suo lavoro ho ritrovato molte mie stesse riflessioni, e sicuramente lei le sa esprimere al meglio. Sono un "cacciavitaro", un tecnico hardware di quelli "troppo preziosi dove stanno", e che, a meno di una improbabile offerta strepitosa da parte del mio attuale datore di lavoro, da gennaio diventera' "libero professionista", integrandosi in un team appena partito di tre miei amici gia' "sulla strada". Una cosa che manca nel mio campo come nel suo e una sorta di certificazione, di albo o come altro lo vogliamo chiamare. Ci sono troppi tecnici che si dicono tali solo perche' attualmente il livello di "cultura informatica" di molti clienti e minimo, oppure di 19enni che leggono 3 riviste informatiche al giorno e per questo "sanno". Ci sono troppi condizionamenti da parti dell'area commerciale sull'area tecnica, e per questo non c'è tutela delle proprie opinioni professionali. Anche grazie a questo si fa molta fatica a fare apprezzare quella parte del proprio lavoro che non compare in fattura, sia dal lato di chi eroga il servizio, troppo attento agli zeri che seguono le prime cifre significative, sia da parte di chi lo riceve, a sua volta ossessionato dal "pagare meno", anche a costo di avere un prodotto di melma, almeno fino a quando si accorge di avere qualcosa che non era cio' che pensava di avere comprato. In sostanza non ho nulla da aggiungere a quanto viene da lei cosi ben detto... lo condivido quasi totalmente. ah... mi dica in bocca al lupo ....:)

La seguente parte del messaggio, scritta sempre dallo stesso autore, è stata aggiunta in risposta ad un primo contatto con la redazione.

Posso solo aggiungere che nell'ultimo "colloquio" col mio attuale capo questi mi ha fatto notare che (a suo avviso) molti lavori che sono svolti da tecnici possono essere portati a compimento in modo economicamente più vantaggioso da personale preso "in affitto" da Manpower o Adecco ... e che quindi senza "struttura" non c'è forza per uno come me. Un motivo in più per andarmene. Non credo di aver sottovalutato le difficolta' a cui vado incontro, e sono convinto invece che alla lunga il fatto conti più delle parole.
Saluti


Ai fini di una corretta analisi del testo in esame, ho ritenuto opportuno suddividere le riflessioni che seguono in più parti, elencate e commentate nel seguito:

Desiderio di riconoscimento professionale. Non è una novità che l'uomo, dalla notte dei tempi, abbia l'innato desiderio di avere un ruolo nella società e successivamente che questo ruolo gli venga riconosciuto. Un auto realizzazione della propria condizione, indispensabile per il raggiungimento di quel benessere che il ruolo stesso dà. Nel caso degli informatici, il ruolo deve ancora essere definito. Nessuno ha ancora creato delle "categorie" precise e definite, visto che la scienza è ancora giovane ed i ruoli sono in rapida evoluzione ma soprattutto rapida trasformazione. Quindi esiste la tendenza ad occuparsi un pò di tutto per ragioni economiche. Quasi impossibile quindi pretendere un riconoscimento di una posizione spesso poco definita, incerta, mutabile con le evoluzioni tecnologiche. Un tentativo di creare le citate "categorie" andrebbe unicamente a generare ulteriore confusione anche tra gli operatori stessi, spesso indecisi nella scelta di diverse opportunità.

Pressioni del mercato e dei datori di lavoro. E una lotta continua che vede contrapposte 2 fazioni e 2 scuole di pensiero completamente diverse. Definiamo "Cliente" il datore di lavoro e contemporaneamente il mercato, unicamente per una nostra comodità di analisi. Per definizione il Cliente è colui che ha la necessità di avvalersi della preparazione altrui per la soluzione di un problema o per soddisfare un bisogno. Nel desiderio di soddisfare questa necessità, ha la tendenza ad entrare nel merito circa le strategie e metodi necessari per arrivare al soddisfacimento auspicato. Spesso per mancanza di fiducia, ma a volte per scarsa cultura nei rapporti con il prossimo, vuole esercitare il controllo sull'operato del professionista (o tecnico) incaricato, un pò per presunzione, spesso senza cognizione di causa, a volte per testare la preparazione dell'addetto incaricato. E in sintesi un test (a volte inconscio) per verificare chi ha più potere nel rapporto instaurato. Cedere a queste pressioni significa: dare prova di scarsa maturità professionale, dimostrare la necessità di lavorare a tutti i costi (bisogno che si traduce sempre in una concessione di sconti sui compensi), mancare di rispetto al cliente ignaro delle conseguenze che un tale atteggiamento porta inevitabilmente (...vedi prodotto di melma citato precedentemente...).

Constatazione del ruolo che i clienti ci hanno ritagliato su misura. E il primo effetto concreto dell'immagine che certe persone hanno dato agli operatori del settore. Se ciò è accaduto, è dovuto in parte al fatto che i Clienti hanno trovato spazio per ritagliarci questo ruolo. E lo spazio che tutti noi abbiamo concesso senza reagire, accettando passivamente il fatto che esistano operatori poco corretti che lavorano al di sopra delle regole. Un ordine professionale (inteso nel senso classico del termine) potrebbe riuscire a cambiare le cose per i figli dei nostri figli, sempre che riescano ad acquisire potere contrattuale sufficiente e necessario a farlo. Non è inoltre un compito del cliente avere una "cultura informatica" ma unicamente una cultura della buona educazione.

Considerazioni finali: Egr.Sig. (...omissis...) le rispondo pubblicamente e non in privato, consapevole che le considerazioni su esposte sono frutto di un pensiero condiviso da una minoranza che ha risposto con i fatti e non con le parole alle sue argomentazioni. Continuare a discutere gli stessi argomenti e dimenticare di agire da professionista, è indice di un errata visione della vita. Non voglio con questo scritto pubblicizzare le molteplici iniziative presenti nel territorio nazionale, mirate al raggiungimento di un riconoscimento "istituzionale" inutile ed unicamente "politico". Voglio solo dire quanto segue. L'informatico è da sempre stato individualista, presuntuoso ed arrogante, a volte in uno "stato di grazia" conferito dal "sapere" o dalla presunzione di sapere. Tentare di regolamentare gli informatici, se teoricamente possibile, richiederebbe uno sforzo continuo ed immane del loro operato, sforzo che andrebbe attivato unicamente con le eventuali segnalazioni dei clienti presi di mira e vittime finali dell'attuale situazione di caos generale (situazione generata comunque da mancanza di regole e cultura professionale).

Esiste un modo concreto per reagire? Posso affermare di si. E una soluzione che nasce da dentro di ognuno di noi. Un fatto culturale ed etico, un espressione dell'umiltà personale nei confronti dei clienti, una consapevolezza del nostro ruolo, importante solo se frutto del nostro intelletto libero da interessi "commerciali", una presa di posizione reale e precisa, al di sopra delle parti e mai coinvolta in interessi diversi dalla missione principale che ognuno di noi dovrebbe intraprendere: trasmettere al prossimo, ed a beneficio del prossimo, la conoscenza acquisita con lo studio continuo e con il lavoro. Aspettare che sia "qualcuno a fare qualcosa" e non iniziare in primis ad agire, è inutile. Può agire da solo, consapevole che il suo operato rappresenta una goccia nel mare, oppure uniformarsi non solo a parole, ai criteri etici e deontologici che animano il network che rappresento o che ispirano le molteplici associazioni di categoria presenti anche in Europa. Il solo dubbio potrebbe nascere nella scelta di chi apparentemente promette le stesse cose in cambio di una modica somma di danaro necessaria a coprire le spese di gestione. La risposta si trova fra queste righe e spetta a Lei trovarla con le stesse difficoltà che potrebbe avere un Cliente costretto a scegliere fra molti professionisti apparentemente uguali e tutti disponibili ad aiutarlo.
Concludo approvando la sua scelta di lasciare l'ambiente di lavoro, diretto da quell'imprenditore miope e meschino, sperando che quest'ultimo non si debba mai far operare da un chirurgo part-time laureato per corrispondenza in periodo di sciopero delle poste. Nell'augurarLe un sincero "...crepi il lupo" la esorto a non cedere mai in futuro a tentazioni commerciali nella conduzione dei suoi incarichi ed adottare un preciso Codice Deontologico Professionale.

Distinti saluti

Giovanni Grandesso

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