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Meritocrazia? no grazie

La meritocrazia, specie nell'IT, è uno dei mantra di questi tempi. E una parola che periodicamente viene riproposta come criterio di valutazione dell'operato dei dipendenti a cui legare un premio di produzione, ovvero un contentino una tantum mai rapportato però al costante calo cronico del potere di acquisto (e non solo quello) e delle retribuzioni che registriamo negli ultimi anni.

La meritocrazia premia i meriti, certo, che c'è di male? Già, perchè non è giusto premiare chi non lavora, chi lavora poco o chi lavora male, vero?. Meglio precisare subito che credo nessuno prenderebbe le difese di un lavoratore rompiscatole e fannullone, che a mio avviso andrebbe allontanato al terzo avviso. Il problema è che ultimamente è diventato "rompiscatole" chi chiede vengano rispettati i propri diritti fondamentali. Fare domande è diventata una provocazione. Meglio premiare invece chi sta zitto, non protesta mai, non chiede mai nulla, non si ammala, non va in ferie e non chiede permessi ogni settimana per farsi gli affaracci propri, magari un secondo lavoro o peggio esercitare il diritto sindacale per tutelare i colleghi di lavoro.

Del resto è proprio questo il vero obiettivo. Invece di premiare chi fa qualcosa di più del proprio dovere, volontariamente, si favoriscono quelle dinamiche nei rapporti di colleganza che producono la degenerazione della qualità della vita quotidiana nel posto di lavoro. Una stupida quanto inutile pseudo-competizione basata su quotidiani tentativi di mettere in cattiva luce il collega (o i colleghi) per dare l'impressione o l'illusione di essere in qualche modo "più efficiente" e quindi meritevole. Aiuta molto essere "amico" di chi deve giudicare i meriti, come se fosse meritevole di un premio l'esercizio dell'adulazione, la delazione o la prostrazione incondizionata al volere di chi sfoga le proprie frustrazioni personali nell'esercizio di un potere decisionale circa il riconoscimento o meno dei meriti necessari a migliorare la retribuzione. Per cui, in questo modo, si finisce che non vengono mai premiati i meriti di chi eccelle e si prodiga per fare qualcosa in più e meglio rispetto alla media.

In realtà la meritocrazia può essere interpretata come l'espressione di un metodo clientelare nella gestione dei rapporti di subordinazione del personale. Quello che rimane nell'ambiente di lavoro è solo il farsi largo a gomitate e calci negli stinchi, per qualche spicciolo in più, una tantum, a fine mese (meglio se cash e fuori busta).
A tale atteggiamento di competizione estrema e di delazione quotidiana, ove ognuno controlla l'altro per cogliere segnali di demerito che possano giovare al proprio tornaconto, occorre operare "con spirito di collaborazione e sinergia in funzione di obiettivi comuni". E un ossimoro. Chi, in queste condizioni, in un gruppo di lavoro è disposto a colmare le inevitabili lacune dei singoli? La lacuna non è un merito e quindi va segnalata al capo, non colmata. All'interno di un meccanismo dove occorre dimostrare di meritare più degli altri, dove conta la graduatoria, chi si sognerà di fermarsi ad aiutare un collega che necessita di un piccolo input? La gestione meritocratica del personale è la riproposizione di un vecchio metodo di gestione governata da una visione miope e condizionata fortemente dalle frustrazioni professionali di chi è chiamato a gestirla.
La meritocrazia genera tensioni fra colleghi, amplifica le invidie, giustifica individualismi ed ingiustizie, non favorisce la collaborazione spontanea, soffoca la passione per il proprio lavoro.
Per cui, quando sento parlare di meritocrazia, in realtà, penso che chi la invoca è una persona cattiva, invidiosa, vendicativa di chissà quale terribile torto subito in passato, ignorante, miope, poco disposta ad apprezzare veramente l'operato dei propri dipendenti e sicuramente orientata a comandare ed ordinare con l'arroganza dell"io pago". Buona fortuna. Alla prossima.
unamico

P.S. Il merlo è nero ed il pollo è bianco. Ripeto: Il merlo è nero ed il pollo è bianco.

Giovanni Grandesso

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